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domingo, 13 de octubre de 2013

Seinfeld


Seinfeld es la serie preferida de ella. Y por eso a mí, también me gusta y me intriga Seinfeld. En este momento, no tengo TV (los partidos de Nadal los veo en un bar americano relativamente próximo a mi oficina).

¿Sirve Seinfeld también para estudiar arquitectura? Por supuesto que sí.

Ayer, por ejemplo, Osvaldo Luco, director de la revista MásDeco (La Tercera, Chile), terminaba su editorial semanal con una divertida alegoría entre la iluminación de ambientes y un divertido diálogo de la serie norteamericana:

"Mezclar y combinar distintos tipos de lámparas en un mismo espacio, porque no siempre se usan de la misma manera, es lo que los diseñadores de iluminación llaman una escena. Ej.: escena 1, comida en casa, antes de sentarse, luces laterales bajas, central apagada, solo se muestra el espacio. Escena 2, invitados sentados a la mesa, se prende la lámpara central, pero no a máxima intensidad (dimmer en el comedor es infaltable), hace que la conversación sea relajada y la luz no molesta a los ojos. Escena 3, invitados ya se fueron, se sube la intensidad de todo para recoger y asegurarse de que todo quede limpio. Tres situaciones en un mismo espacio, en una misma noche. Esto se puede llevar a infinitos ejemplos.

Como dicen en un capítulo de Seinfeld: "¡Qué fea esa persona!; no, ... está mal iluminada", así de radical el tema". 


Luis Cercós
Santiago, Chile

viernes, 27 de septiembre de 2013

Autos de Colección











Los autos de colección son la inversión de lujo más rentable hoy. Con la crisis financiera de 2008, las inversiones alternativas se han hecho muy populares. El índice KFLII de la consultora Knight Frank, que incluye bienes de lujo (muebles antiguos, relojes, joyas, vino, piezas de arte, sellos, autos clásicos, monedas y cerámica china) concluye que estos productos se han revalorizado un 40% desde 2008 (7% en el último año).

De todos los bienes estudiados, son los autos clásicos los que baten con claridad a cualquier otra propiedad de lujo, con una revalorización que en solo un año crece hasta un 28%. El valor se dispara hasta el 115% en los 5 años y un 430% en una década.

Lo más interesante del caso es que esta inversión no es necesariamente muy alta, dependiendo del modelo en el que nos fijemos. Un auto clásico, no es necesariamente un auto de lujo en sus orígenes. La elección, a mi modo de ver, debe estar basada en la importancia que el diseño tuvo en su momento, o con la firma del diseñador (Pininfarina, por ejemplo, es un valor seguro).

Los autos clásicos poseen además un alto valor intangible.

Por eso inauguramos hoy una nueva sección en este blog.

En las fotografías autos clásicos que se pueden conseguir a un precio razonable (incluso el Porsche Carrera 911 de 1969). Entre los seleccionados, un Fiat 600 Multiplaza de 1965, el mítico Citroën 2CV, el catalogo del Mini Cooper de 1973 y el simpático y resistente Volkswagen Escarabajo.

Luis Cercós
Santiago, Chile

Fuente principal: El Mercurio. Economía y Negocios. B4, viernes 27 de septiembre de 2013.

jueves, 12 de septiembre de 2013

Lámpara Jieldé, Francia (II)





Una lámpara Jieldé antigua, como la que ilustra estas fotografías, podría tener un valor actual de 275 euros.

Luis Cercós
Buenos Aires, Argentina

Lámpara Jieldé, Jean Louis Domecq, años 50 del siglo XX



La lámpara Jieldé fue creada en los años 50 por Jean-Louis Domecq con el objetivo de cubrir las necesidades luminarias de su taller de mecánica. Su diseño se reduce a lo más simple y funcional y, su inspiración se centra tres premisas clave: estructura metálica, articulada y fácilmente adaptable a cualquier lugar. Atemporal, industrial, humilde. La sencillez de su diseño y su aire vintage la hace perfecta para cualquier tipo de ambientes. 

martes, 3 de septiembre de 2013

Lámpara ARCO, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1962

ARCO
Lampada da terra
1962 Progetto: Achille e Pier Giacomo Castiglioni
1962 Produzione: Flos
Lampada da terra a luce diretta, assolve la necessità di illuminazione diretta su un tavolo senza avere il vincolo del punto luce fisso al soffitto. La base della lampada è costituita da un parallelepipedo di marmo bianco di circa 65 kg, gli angoli sono smussati, munito di un foro praticato nel baricentro, utile sia al fissaggio dello stelo verticale che sostiene l’arco vero e proprio, sia allo spostamento agevole della lampada (inserendovi per esempio un semplice manico di scopa).
Lo stelo arcuato è costituito da tre settori in profilato di acciaio inossidabile con sezione a U capaci di consentire, scorrendo l’uno dentro l’altro, l’avanzamento telescopico e il passaggio nascosto dei fili. Ciò conferisce all’arco piu’ ampiezze, con il posizionamento del riflettore a tre diverse altezze.
La cupola è formata da due pezzi: uno fisso a forma di calotta forata per facilitare il raffreddamento del portalampada (lampadina da 100 watt in vetro opalino), l’altro un anello di alluminio mobile, appoggiato al primo, in modo da poter essere rettificato in posizione, a seconda dell’altezza del terzo settore dell’arco.
La distanza massima, in proiezione orizzontale, del riflettore dalla base è di 2 m, l’altezza da terra è di 2,5 m.
L’Arco ha subito in tanti anni di produzione Flos la sola modifica del sistema elettrico, per uniformare l’apparecchio alle norme vigenti.
Venduta in migliaia di esemplari, equamente ripartiti tra Italia ed estero, ha subito pesantemente il fenomeno del plagio, su cui l’azienda è potuta intervenire per vie legali solo nei casi di copia servile e di uso improprio della denominazione.
Nel 2007 il Tribunale ha riconosciuto la tutela del diritto d’autore, come accade per le opere d’arte, anche ad un oggetto di design.

viernes, 12 de julio de 2013

martes, 9 de abril de 2013

Gustavo Giovannoni (Roma, 1873-1947)



«Gustavo Giovannoni nacque a Roma il 1° gennaio 1873 [...]. Dopo aver compiuto gli studi liceali e frequentato il biennio fisico-matematico, conseguì la laurea in Ingegneria nel 1895, presso la Scuola di applicazione di Roma. Nell'anno successivo ottenne il diploma presso la Scuola superiore di Igiene pubblica.
A modificare un profilo didattico-formativo inizialmente tagliato su quello dell'ingegnere civile giunse, nel 1897, l'incontro con Adolfo Venturi. Nel biennio successivo egli frequentò il corso di Storia dell'arte medievale e moderna, nell'ambito della Scuola di specializzazione, istituita dallo stesso Venturi nel 1896 presso la facoltà di Lettere di Roma. Nel 1898 pubblicò i suoi primi articoli sulla rivista "L'Arte", dedicati allo studio dei monumenti romani. [...]
Nel 1903 aderì, in qualità di membro effettivo, all'Associazione artistica tra i cultori di architettura di Roma [...]. Di questa associazione il G. divenne vicepresidente nel 1906 e, infine, presidente nel 1910.
[...] Di quegli stessi anni è la sua attività di assistente presso la cattedra di Architettura tecnica (1899) e quella di Architettura generale (1903) della Scuola per ingegneri, affiancata alla libera professione [...].
Nel 1914 vinse il concorso per la cattedra di Architettura generale; e, dopo la guerra, a questo insegnamento affiancò quello di Restauro dei monumenti presso la neocostituita Scuola superiore di Architettura di Roma: nella nuova istituzione [...] il G. figura dall'inizio tra le personalità di maggior spicco, arrivando ad assumere la direzione tra il 1927 e il 1933. Nel 1921 [...] nacque la rivista "Architettura ed arti decorative" per impulso di Marcello Piacentini e dello stesso Giovannoni.
Nel 1916 il G. fu nominato membro del Consiglio superiore di antichità e belle arti: questa funzione [...] gli permise di esaminare una grande quantità di progetti [...] distribuiti sull'intero territorio nazionale. [...]
Fu significativo anche il suo impegno in materia di piani urbanistici, in relazione ai problemi di Roma e soprattutto del suo centro antico: in seguito alle proposte per la sistemazione del "Quartiere del Rinascimento", avanzate a più riprese tra il 1908 e il 1911, entrò a far parte delle varie commissioni comunali chiamate ad approntare un piano organico di interventi.
Risale al 1920 l'incarico di coordinare il progetto per la "città giardino" dell'Aniene, nell'area di Montesacro [...].
A partire dal 1929 [...] egli iniziò la collaborazione con l'Enciclopedia italiana [...].
Dall'inizio degli anni Trenta, a costituire il prevalente campo di interessi fu l'architettura del passato, specialmente quella che si connette ai grandi episodi della Roma cinque-seicentesca [...]. A quella fase risalgono i suoi sforzi per dare vita a nuove istituzioni nel campo dello studio, della conservazione e del restauro dei monumenti: un istituto nazionale di restauro, una scuola di specializzazione, una rivista a diffusione nazionale, un'associazione e un centro nazionale di studi.
Lungi dal realizzarsi compiutamente, i progetti del G. furono all'origine di alcune iniziative in quegli stessi anni: tra queste, la nascita della rivista "Palladio" (1937) e la fondazione del Centro studi per la storia dell'architettura (1938).
Gli anni della Seconda guerra mondiale coincidono con la fine del suo pluridecennale impegno di insegnante e di membro del Consiglio superiore di antichità e belle arti: dei molti incarichi, a suo tempo ricoperti, non restano che quello di presidente del Centro studi dal 1938 al 1947 e dell'Accademia di S. Luca.
Attivo fino alla fine in veste di studioso, il G. morì a Roma il 15 luglio 1947».
(da G. Zucconi,  ad vocem, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana)
Bibliografia
M. Centofanti, G. Cifani, A. Del Bufalo, Catalogo dei disegni di Gustavo Giovannoni: conservati nell'archivio del Centro di studi per la storia dell'Architettura, Roma, Centro studi per la storia dell'Architettura, 1985, pp. 70-81. 
Gustavo Giovannoni. Dal capitello alla città, a cura di G. Zucconi, Milano, 1997.
G. Zucconi, ad vocem, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana.
Catalogo generale dei disegni di architettura. 1890-1947, a cura di G. Simoncini, C. Bellanca, G. Bonaccorso, T. Manfredi, M. O. Zander, Roma, Gangemi, 2002, pp. 49-50.

martes, 26 de febrero de 2013

Ing. Daniel Ortolá - IN MEMÓRIAM


La SCA (Sociedad Central de Arquitectos, Argentina) informa con pesar el fallecimiento del Ing. Daniel Ortolá, destacado vitralista, que fuera designado Socio Honorario de la entidad en 2006 por su contribución a la recuperación y revalorización de la arquitectura a través del tema de su especialidad.
El Ing. Ortolá recibió, además, dos veces el premio que la SCA otorga en conjunto con el CICoP (Centro internacional para al Conservación del Patrimonio) a la mejor intervención en el patrimonio edificado, por su trabajo en los 12 vitrales de la confitería Las Violetas, en su reapertura (Mención especial, 2003) y la tarea realizada en los vitrales de la Capilla de alumnos del  Colegio El Salvador (Segundo premio, categoría restauración de obras de hasta 1000 m2, 2008)
También obtuvo premios en los salones nacionales e internacionales del vidrio en el arte y vitrales, en varias ocasiones. Entusiasta y estudioso de la técnica de los vitrales, el Ing. Ortolá dictaba clases, seminarios, investigaba constantemente sobre su especialidad, a la vez que difundía y compartía información actualizada sobre todo lo relativo a los vitrales en el mundo.
Sus trabajos de restauración incluyen los vitrales del Tigre Club, la recuperación de varios de gran tamaño en casonas de Belgrano, y entre los nuevos, los del shopping Paseo Alcorta y el pub Downtown Matias de San Isidro. Era el único vitralista argentino miembro de la Stained Glass Association of America.

Más referencias: http://www.lanacion.com.ar/885224-ventanales-del-pasado

viernes, 28 de septiembre de 2012

sábado, 29 de octubre de 2011

Margin Call (J.C. Chandor, 2011): carnaza para los tiburones

¿De qué hablo hoy? De lo que me apetece por razones obvias –la cumbre iberoamericana en Asunción (Paraguay)- o de lo que me preocupa, también por razones obvias (la alta cifra de desempleo español). Quizá lo mejor sea, como siempre hago cuando dudo, recurrir a la miscelánea.

Ayer fui a una de las universidades en las que estudié para retirar un certificado. Como siempre, o casi siempre, me encontré con viejos amigos. Entre ellos, el librero. También como casi siempre, caí en la tentación y compré un librito, no muy grueso, no muy caro, pero muy insistente pues a medida que lo hojeaba, él me iba lanzando rápidos reclamos, incluso tímidos motivos, para poseerlo.

La ingeniería es humana llevaba por título y la importancia del fallo en el éxito del diseño, por subtítulo. El autor, Henry Petroski. La tesis: no falla el que repite sino el que innova, el que arriesga. En su obra, Petroski intenta demostrar que construir más allá de lo probado y emplear materiales nunca utilizados no tiene por qué conducir necesariamente al fracaso. Proyectar es, en esencia, evitar el fallo. A lo largo del libro se analizan algunos de los fallos más relevantes de la historia de la ingeniería (el derrumbe de las pasarelas del hotel Hyatt de Kansas City, el Puente de Tacoma Narrows, los accidentes del DC 10 o el Comet). Nadie quiere aprender a base de errores, pero de los éxitos no podemos extraer conclusiones que nos permitan ir más allá. Como sostiene Petroski, el éxito es grandioso, pero la decepción nos enseña más.

Las sucesivas cumbres iberoamericas son la historia de sucesivos fracasos. La última, por hoy, apenas ha reunido a 10 (menos de la mitad), de los 21 jefes de Estado invitados. No han estado allí los mandatarios de Argentina, Brasil, Colombia, Costa Rica, Cuba, El Salvador, Honduras, Nicaragua, República Dominicana, Venezuela ni Uruguay. Vaya birria de cumbre. España, eso sí, ha mandado, quizá para despedirse al menos de la mitad de sus colegas, al actual presidente y, por supuesto, a nuestro rey (para quien sea español, claro), quien a petición del secretario general iberoamericano, ha intentado en los últimos días persuadir a varios de sus homólogos para que acudieran. La presidente de Argentina, por poner solo un ejemplo, se ha excusado aduciendo el primer aniversario de la muerte de su marido.

La lectura es evidente, América Latina ya no mira Europa, y hace bien. Otra cosa es lo que debamos opinar los “gallegos” por el único motivo de nuestro nacimiento. Porque si utilizamos otras varas de medir, nosotros, quizá tampoco debamos mirar hacia la parte superior de este viejo continente. El caso es que unas veces por una cosa y otra por otra, los países de habla ibérica (español y portugués) quizá algún día aprendamos a mirarnos en bloque frente a otros alineados. Ojalá ocurra algún día.

Ayer fui al cine. Vi una película magnífica, Margin Call (J.C. Chandor, EE.UU., 2011). Faltan 24 horas para que estalle la crisis financiera mundial de 2008 y Peter Sullivan, ingeniero, un joven analista de riesgos en un banco de inversiones de Nueva York, descubre que su empresa está al borde de la quiebra. A la pregunta de sus superiores sobre su formación, responde que es ingeniero aeronáutico. Todos le miran con perplejidad:

Todo se reduce a sumar o restar, y esto está por el momento, mejor pagado.

Así que nos pongámonos a operar y démonos cuenta de la crueldad de una cifra absoluta: ayer España alcanzó la cifra de 4.978.300 personas desempleadas. La cifra, a quien no sea español, no le dice gran cosa, casi cinco millones en el mejor de los casos. Seguramente otros países más grandes compartan un valor absoluto similar.

Me he tomado la molestia de bucear un ratito en los datos más actuales de población del instituto nacional de estadística. En España viven 40.847.371 personas de las cuales, 6.379.748 tienen menos de 16 años (edad mínima para trabajar) y 6.958.536 más de 65 (edad actual de jubilación). En consecuencia estarían en edad de trabajar, con matices pero estarían, 27.509.087, de los cuales un 13’10%, 3.603.690, nunca llegarán a trabajar (en su mayoría mujeres dedicadas al cuidado de sus hijos o de su hogar, pero también personas sin posibilidad de trabajo, desarraigados, marginados, enfermos congénitos). Quedan 23.905.396, de los cuales siguen estudiando hasta incorporarse al mercado laboral el 84% de los jóvenes de 16 años, el 75% de los de 17, el 64% de los de 18, 55% de los de 19 años, 49% de 20 años, 43% de 21 años, 36% de 22 años, 31% de 23 años, 25% de 24, 21% de 25, 15% de 26 años, 14% de 27 y el 13% de los de 28 y 29 años de edad. A partir de aquí consideramos ya que toda la población española se incorpora a la encuesta de población activa. Haciendo las correspondientes operaciones, resultaría una cifra de estudiantes con dedicación exclusiva de 3.057.562.

Es decir, 4.978.300 personas de las 20.847.834 que deben, quieren o necesitan trabajar, no pueden hacerlo hoy en España. En consecuencia, colocados en fila los españoles en edad y situación de trabajar para reclamar su correspondiente “derecho al trabajo” recogido en nuestra constitución (y teniendo en cuenta que las personas no se pueden “dividir” en fracciones de personas) resultaría que 1 de cada 4 españoles (ciudadanos y/o residentes), hoy en España, no puede hacerlo.

Mirad a vuestros vecinos, a la gente con la que os cruzáis por la calle, a las personas que esperan el autobús o el metro, a las que corren, a las que gritan, a las que el próximo 20 de noviembre vayan a votar y llegad a esta conclusión: una de cada cuatro, no tiene hoy en España, trabajo ni posibilidad física de trabajar.

No es extraño que América Latina ya no mire a la vieja Europa.

Por cierto, la interpretación de Jeremy Irons, el gran jefe del tinglao en Margin Call, es espeluznante por lo verídico del guion y la puesta en escena. El director explica así su película:

Creo que mucha gente se ha preguntado por qué conocía este sector de las finanzas si no había trabajado en él. Mi padre trabajó casi 40 años en Merrill Lynch así que estaba al corriente de ese mundo y, lo que es más importante, sabía muy bien qué cosas y qué personas les preocupaban más a las financieras.

Luis Cercós (LC-Architects)
Madrid – París – Buenos Aires, y cada vez más cerca de Buenos Aires.